Cos’è la fame nervosa?

I risvolti psicologici del cibo sono sempre più evidenti e a chiunque sarà capitato di sperimentarne gli effetti.

Chi dopo una giornata di lavoro stressante, o a seguito di una delusione o di un litigio con il partner, per calmare la rabbia, per non sentire la solitudine, non ha avuto un diverso comportamento alimentare?

E chi non ha invece sperimentato nella vita, il senso di deprivazione imposto da una dieta magari troppo restrittiva?

Il cervello ha un ruolo centrale nel determinare il nostro rapporto col cibo in quanto è il luogo deputato al controllo degli stimoli della fame. Esiste un rapporto bidirezionale tra cibo e cervello. Il cervello regola lo stimolo della fame e segnala il bisogno di cibo; i processi cognitivi, le rappresentazioni mentali e l’assetto emotivo danno al cibo connotazioni e significati differenti. Il cibo ingerito dall’altro canto, produce effetti importanti sulla biochimica cerebrale e di conseguenza sulle nostre emozioni, che andranno quindi ad incidere su umore, cognizioni e comportamenti.

Emozioni e abitudini alimentari quindi sono legate tra loro da un rapporto circolare: determinati stati emotivi sono in grado di indurre il desiderio di alcuni cibi che sono a loro volta capaci di influire, almeno in parte, sulle emozioni provate da un individuo. Il cibo ed il rapporto con il cibo diventano pertanto indicatori di dinamiche psicologiche e dello stato emotivo delle persone. Il cibo placa, calma, rassicura e usarlo come “riempitivo” di un vuoto o sostituto di una mancanza è un esperienza che tutti abbiamo provato almeno una volta nella vita.

 

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Il cibo placa, calma, rassicura e usarlo come “riempitivo” di un vuoto.

Vari studi hanno dimostrato come certi tipi di cibi vengano consumati preferibilmente in rapporto a determinate condizioni emotive. Al tempo stesso dati sperimentali tendono a dimostrare che l’assunzione di certi cibi migliorano il proprio tono dell’umore. I cibi salati, corposi sembrano predominare nei momenti d’ansia, mentre i cibi dolci, caldi, teneri e liquidi prevalgono in condizioni di tristezza… “voglio un cibo che mi coccoli…ingoiare qualcosa di dolce dopo tante cose amare…”. Nel diario alimentare il cibo viene accostato alla parola “piacere”, un piacere che spesso in realtà si concretizza con la riduzione della sofferenza emotiva.

Quando però l’assunzione di cibo, viene utilizzata in risposta a determinati stati emotivi, come una sorta di meccanismo di coping (fronteggiamento) in soggetti che hanno imparato solo questa strategia disfunzionale per gestire emozioni negative allora ci troviamo di fronte a ciò che è stato definito dagli studiosi del comportamento alimentare “Eating emozionale” tradotto liberamente in italiano “fame nervosa”.

E’ bene tuttavia sottolineare che l’Eating emozionale non sempre dipende da severi problemi psicologici o da conflitti interiori proprio perché anche le emozioni derivanti dalle normali attività di vita quotidiana possono fare da stimolo per l’assunzione eccessiva di cibo che si può ritenere quindi essere frutto di alcuni comportamenti errati assunti da bambini che spesso sfociano in obesità anche in età precoce. Ma se l’Eating emozionale diventa la valvola di sfogo per qualunque problema ancor più di lieve entità allora deve essere oggetto di un attento esame.

Le cause alla base della “fame nervosa”’, non sono state comunque chiarite; molteplici sono i fattori che concorrono, sia psicologici che biologici, anche se il legame alimentazione-emozioni è ormai certo. Alcuni autori ipotizzano che l’instaurarsi di comportamenti alimentari anomali si sviluppi sin dalla prima infanzia, quando la madre offre il cibo (seno o biberon) al bimbo che piange, anche se la fame non è il vero motivo del pianto, impedendo cosi al bambino di elaborare una corretta identificazione della fame distinguendola da altre emozioni. Questo errato comportamento materno a risolvere qualsiasi stato d’animo del bambino con il cibo, viene assorbito anche dal figlio come comportamento di reazione normale per risolvere ogni situazione, stato d’animo o problema anche nella vita adulta. Ma quali sono i sintomi della fame nervosa?

– mangiare velocemente senza sentirne il bisogno fisiologico;

– provare un profondo e continuo stato d’ansia;

– unire alimenti dolci e salati;

– percepire un senso di rilassamento dopo aver consumato gli alimenti;

– provare vergogna ed omettere quanto compiuto, quasi sempre di nascosto.

 

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La cause della fame nervosa non sono state chiarite

Le situazioni emotive della fame nervosa

LA FAME PER NOIA – E’ forse la situazione più comune. La pausa caffè al lavoro, lo sgranocchiare della casalinga, lo spuntino dello studente: sono esempi di situazioni nelle quali il cibo diventa valida ragione per distrarsi da attività sentite come pesanti e monotone.

LA FAME PER RABBIA – Divorare qualcosa per non divorare qualcuno, sembra essere il motto di chi sfoga sul cibo frustrazioni, gelosie, risentimenti. Quando un’emozione forte come la rabbia non può essere espressa, forse perché sentita come troppo pericolosa, il cibo diventa lo strumento che placa. Il soggetto a volte soffre di dolori allo stomaco e ai muscoli.

LA FAME PER MANCANZA – La solitudine, il sentirsi soli fa trovare nel cibo un compagno con cui dividere la vita. Insoddisfatti di sé, o troppo timidi, i mangiatori solitari scelgono di relazionarsi prevalentemente con il cibo, che non chiede nulla, non giudica, ed è sempre a disposizione; ma mentre a volte la solitudine è legata ad una vera e propria assenza di contatti sociali, in altri casi, questi sebbene presenti sono sentiti estremamente superficiali tanto che i soggetti in questione non condividono i propri sentimenti con qualcuno, per timore di essere giudicati negativamente e di essere poi rifiutati.

LA FAME PER ANSIA – Quando le preoccupazioni per il futuro, per un compito da svolgere, per un evento importante, si fanno sentire troppo, e sembrano paralizzare i pensieri e le azioni, il cibo sembra diventare il tranquillante migliore, dà un risultato immediato e non richiede sforzi. L’ansia tuttavia, non deve essere confusa con la paura, perché mentre la prima è il prodotto di una sensazione generalizzata di minaccia per il benessere, la seconda è il risultato di una sensazione specifica, immediata e fisica.

LA FAME PER TRISTEZZA – Per cercare di superare un dolore, un momento di sconforto, una delusione; qui il cibo richiama il suo potere consolatorio. La tristezza, che non deve essere scambiata con la depressione, seria condizione patologica che può avere effetti devastanti sulla qualità della vita, deriva in genere da un’analisi realistica di un evento spiacevole (un lutto, una perdita, una forte delusione) e rappresenta una risposta fisiologica dell’organismo ad un determinato evento.

In tutti questi casi, il cibo viene usato come sostitutivo del piacere, inconsciamente personificato come fosse una compagnia confortante e rassicurante senza tuttavia comprendere cosa spinga all’Eating emozionale, che non venendo riconosciuto non potrà quindi essere affrontato.

Oltre ai risvolti negativi sulla salute fisica e all’aumento incontrollato di peso, la fame nervosa crea un circolo vizioso a livello psicologico che alla lunga intacca l’autostima e la sicurezza di sé; essendo scatenata da fattori biologici, psicologici e culturali, sarà necessario, accanto ad una sana educazione alimentare, un supporto psicologico che possa aiutare la persona a trovare modalità diverse di gestione delle emozioni evitando di rivolgersi solo al cibo.

 

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In alcuni casi il rapporto con il cibo sconfina nella patologia

In conclusione è doveroso sottolineare che esistono alcuni casi in cui il rapporto con il cibo sconfina nell’area della patologia; i pensieri rivolti al cibo e al ruolo che questo riveste nel determinare la propria forma fisica, il rapporto con gli altri, le proprie emozioni, diventano pervasivi ed ossessivi. Tali problemi sono alla base di una serie eterogenea, complessa e varia di patologie dette “disturbi del comportamento alimentare”: l’Anoressia e Bulimia Nervosa che rappresentano le forme più conosciute, il Disturbo da Alimentazione Incontrollata (Binge Eating Desorder) e altri disturbi non altrimenti specificati (NAS).

In un disturbo del comportamento alimentare, l’attenzione del soggetto è costantemente rivolta al cibo e al controllo del proprio peso, tanto da interferire con la conduzione di una serena esistenza e riflettersi negativamente sulla sua vita relazionale e professionale. Ciò che trasforma le condotte alimentari in sintomi di un disturbo alimentare sono la valenza ed il significato che questi acquistano, consciamente o inconsciamente, per l’individuo.

All’interno dei disturbi alimentari, la forte attenzione rivolta al cibo e al proprio corpo è espressione di un disagio psicologico sottostante e costituisce per l’individuo un anestetico o una risposta per la gestione dei suoi conflitti interiori.

Caratteristiche principali condivise da tutte le persone che possiedono tali quadri clinici sono uno stato mentale contraddistinto da un’attenzione ossessiva per il cibo, il peso e la propria immagine corporea, tenuti sotto stretto “controllo” che risulta l’aspetto centrale in questi disturbi: queste persone stimano se stesse quasi esclusivamente sulla base della propria capacità di controllare il proprio peso, l’alimentazione e la forma del corpo, mettendo in secondo piano, invece, altri aspetti importanti nella vita, quali la qualità delle relazioni sociali e familiari, i buoni risultati lavorativi, scolastici e/o sportivi; ciò probabilmente è causato dalla bassa autostima che contraddistingue questa persone.

In conclusione possiamo concettualizzare i diversi comportamenti e disturbi alimentari come punti di un lungo continuum che si sviluppa da un estremo di normalità ad un altro di patologia.

Su questa lunga linea tutti i nostri comportamenti alimentari possono trovare una collocazione.

Dott.ssa Patrizia De Sanctis

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